Andrea Bassi di Sailors Tattoo , la passione sulla pelle

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"Nei primi del 2000, mio padre mi portava negli studi di tatuaggi dove lui era cliente. Io all'epoca ero un bambino piccolo, curioso di tutto. Questa cosa dei tatuaggi mi appassionava e mi rendeva ancora più curioso, perchè dovevo passare delle ore nelle sale d'attesa di questi luoghi, che mi sembravano assurdi, fantascientifici." E' con gli occhi di un bambino che Andrea Bassi, oggi artist di Sailros Tattoo, uno dei più importanti studi del settore a Milano, approccia per la prima volta il mondo dei tatuaggi. "Guardavo le riviste, i tatuatori, le tavole che erano appese. Mi sembrava il mondo degli adulti, ma con un accezione un po' fiabesca, surreale. Non era la sala d'attesa del dentista o del commercialista. Questa sorta di passione latente mi è rimasta dentro sempre."

Eppure, apparentemente, eri destinato ad altro...

"Io non ho mai avuto un'attitudine artistica, non sono mai stato quel bambino che prendeva la matita e disegnava cose meravigliose che inorgoglivano i genitori alle cene di natale. Ho fatto il liceo scientifico, mi sono diplomato al liceo delle scienze sociali. Nella vita pensavo di fare tutt'altro, dal maestro delle elementari a lavorare nella comunicazione, tant'è vero che finito il liceo ho cominciato a lavorare in un ufficio stampa e pensavo che la mia vita sarebbe andata in quella direzione. Anche se quello era il periodo peggiore della crisi, quindi contratti brevissimi, continui cambi di lavoro, stipendi bassi.

Come sono tornati i tatuaggi nella tua vita?

"In quel periodo uscivo con una ragazza che faceva la tatuatrice già da qualche anno, ed aveva il suo studio a Milano. Dopo l'ufficio, o nei periodi in cui non lavoravo, avevo iniziato a passare il mio tempo da lei in studio a dare una mano. Facevo le pulizie, rispondevo al telefono, alle mail...insomma, mi vivevo un po' la vita da studio. Dato che la mia situazione lavorativa tardava a chiarirsi, ho iniziato a mettermi a copiare un po' le tavole, osservare bene come lavorava lei, sfogliare qualche libro dedicato. Ogni tanto dicevo a qualche amico: "Oh dai vieni, ti faccio un tatuaggino io, così, per giocare...". Era quel periodo in cui i tatuaggi stavano schizzando, e la gente perf arsene fare uno gratis si sarebbe tagliata una gamba. Insomma, cazzeggiavo. Ad un certo punto la mia amica s'è fermata e mi ha detto: "Ascolta, tu vuoi continuare a cazzeggiare oppure vuoi prendere questa cosa seriamente, cominciare un apprendistato? Però come dico io: studi, disegni, ricopi, ricalchi, reinterpreti. Parti da tatuaggi piccoli, chiedendo il minimo, e lo reinvesti in un libro per studiare meglio. Se ci stai, io ti posso aiutare". Ci ho pensato quei trenta, quaranta secondi necessari e mi son detto "Siamo in un periodo nel quale se non ti inventi qualcosa o non ti metti seriamente ad imparare un mestiere non vai da nessuna parte". Avevo un'opportunità. Magari non sarebbe diventato il lavoro della mia vita, ma non mi sentivo di sprecarla. Ho deciso di rimboccarmi le maniche e concentrarmici come se fosse stato quello che ho sempre sognato, e poi lo è diventato. All'inizio seguivo quello che diceva lei, poi ho avuto la mia fase ribelle ed ho iniziato ad ascoltare altri tatuatori, che a loro volta mi hanno fatto crescere. Poi ci ho messo le mie idee. Insomma, ormai è dal 2011 che sono in giro, e ad oggi un po' di soddisfazioni me le sono tolte." 

Cos'è che oggi ti lega al tuo lavoro?

"Il legame più forte che ho con il mio lavoro è l'artigianato. A me piace che le mie mani e la mia testa creino qualcosa. Ascolto una richiesta, un'idea, un sentimento, qualsiasi cosa mi venga proposta in studio e inserisco la mia cultura, i miei studi ed anche il mio gusto per creare qualcosa che poi "regalo" ad una persona. Questa è la cosa che mi appaga."

 Come definiresti il tuo stile?

"Recentemente lo hanno definito "Post-traditional". Quello che tatuo io è sia in chiave di tecnica, sia in chiave di soggetto una reinterpretazione dello stile traditional periodo 1890-1950. Rileggo quei soggetti li in una chiave urbana. Oggi le macchinette e le tecniche ti consentono di avere delle linee più importanti, più solide, con dei colori più brillanti, con le linee più fini che adesso vengono più precise. E' il superamento di uno stile vintage classico, scolastico, in chiave 2018."

Che consiglio daresti a chi si approccia a quest'arte come tatuatore?

"Il primo consiglio è di tatuarsi. Io giro per le convention e vedo un sacco di tatuatori professionisti che hanno pochissimi tatuaggi sulla pelle. A me sciocca questa cosa qua. Io prima di tatuare me ne ero fatti fare una valanga, avevo braccia piene, gambe piene. Da un lato perchè era la mia passione, dall'altro per rubare con gli occhi, con dei consigli, con una parola un po' di arte alle persone che poi mi hanno fatto diventare quello che sono. Oggi tanti prendono il loro book, vanno negli studi di tatuaggi e si propongono come apprendisti. Non funziona proprio così. Come fa un tatuatore a fidarsi di una persona che arriva li con un libro? Te ne arrivano venti al giorno, come fai a selezionare? Se tu invece inizi a farti tatuare da uno, a entrare nelle sue simpatie, a rubare con gli occhi quello che fa, a provare ad apprendere bene e magari rileggere alcune sue cose nelle tavole che presenterai...così è diverso. Consiglio di tatuarsi, arrivare con le idee chiare e essere pronti al sacrificio, a rimboccarsi le maniche. Tatuare non vuol dire andare in discoteca la sera dopo a dire "Faccio il tatuatore, datemi il tavolo più bello di tutti". Il fatto di guadagnare un po' più di soldi è un a fesseria, una disgrazia. Non ce lo meritiamo assolutamente eppure è così. Bisogna partire da questo presupposto. Poi, per diventare belli, ricchi e famosi c'è sempre tempo."

...e a chi si vuol fare tatuare?

"Più o meno la stessa cosa. Idee chiare. Libertà all'artista. Ti faccio un esempio, tipo: "Io ho vissuto questa esperienza, ho perso mia madre che faceva l'infermiera, pensaci tu. Ho già visto come lavori, non ho bisogno di dirti se ci devi mettere la virgoletta in più o in meno." Quello è il mio lavoro. Tu vieni con un'esperienza, con un'idea, con un gusto. Sai già come lavoro, quindi posso sorprenderti fino ad un certo punto, non è che prendo e ci inserisco dentro l'ultima cena realistica a tutta schiena. Fiducia, libertà, però anche partecipazione attiva, condividere alcuni dettagli che magari il tatuatore non può sapere, chessò, un foulard rosso, un ricciolo in più. Sono i dettagli che possono fare la differenza tra un tatuaggio classico ed una cazzo di figata."

Come e quando inizia il tuo rapporto con Dolly?

"Inizia il giorno in cui mi è stata mandata una mail da uno studio britannico che mi invitava a fare un'ospitata da loro. Io ho accettato, e ho iniziato a pensare: "Perchè non dare un po' di pepe a questa cosa?". Avrei potuto partire con la mia valigia, con la mia solita maglietta, però ho pensato che a qualcuno un esperienza così figa avrebbe potuto interessare da un punto di vista di visibilità di prodotti, di immagine. Così ho provato a sentire dei brand per fare un classico lavoro di sponsorizzazione e sono entrato in contatto con l'agenzia di Dolly Noire. Gli ho spiegato l'intenzione di ripetere questa esperienza londinese in altre città per creare qualcosa di simile ad un format televisivo. Una roba tipo Chef Rubio. Vai nei vari posti, conosci le culture attraverso i tatuaggi, vai nello studio e poi a prenderti una birra col proprietario. Una piccola serie tv, per la quale adesso stiamo anche trattando con Sky. Spiegata questa cosa a Dolly, loro dicono "Figata!". E rincarano la dose. Mi dicono: "Dato che tu hai questa puntata zero da mandare a Sky, hai bisogno di materiali, di video. Non ti sembra riduttivo partire con una Go-Pro e fare delle storie col tuo telefono?". E allora mi hanno proposto di fare un contenuto Insight di Dolly partendo con loro. Siamo partiti, abbiamo girato con un cameraman professionale e sono diventato proprio testimonial Dolly con questa esperienza. Tra l'altro io loro li adoro, perchè li considero una bellissima realtà di ragazzi giovani, partiti da un parchetto e diventati un mega centro nella zona storica di Milano. Mi piace come ragionano, quello che fanno."

Cosa significa per te Stay Brave?

"Oltre a essere coraggiosi, è proprio un saper rischiare. Quando inizi da una realtà piccola, con qualche amico, e gli parli di un'idea figa, senza un rischio iniziale, senza metterci tutte le energie non parti. Per me la traduzione perfetta è proprio mettersi in gioco." 

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