Afrotrap, alle radici di un suono nuovo

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Dalle periferie francesi arriva un suono nuovo, che prova ad emancipare il rap avvicinandolo alle sue radici più profonde. 

Le banlieu francesi, le estese strisce urbane alla periferia delle grandi città transalpine, sono fucine dei più interessanti esempi di controcultura sviluppatisi in europa negli ultimi decenni. Sono le zone in cui la cultura hip hop, che arrivava da oltre oceano, per primo ha attecchito, e con i migliori risultati. Le situazioni di marginalità, le difficoltà e le tensioni sociali, i miscugli etnici generati dalla convivenza forzata di gruppi diversi provenienti dalle ex colonie, ognuno con la propria cultura e le proprie tradizioni, sono stati benzina per miscele esplosive. Scontri, spesso anche letterali, fisici, che però hanno favorito miscugli di ingredienti diversi ed hanno dato il via a realtà stilistiche inedite, che pescavano un po' da questa e un po' da quella tradizione musicale, visiva, culturale, sporcandola con l'idea di stare ai margini, la vita reale di strada che tutti i giorni avvolge chi ci sta in mezzo.

Se avete visto il film "L'odio", capolavoro del 1995 di Mathieu Kassovitz, sapete esattamente a cosa mi riferisco. Se non lo avete visto, fatelo. Da decenni le banlieu hanno i loro codici, i loro punti di riferimento, il loro senso di appartenenza. E la colonna sonora è da sempre il rap. Ma se negli anni novanta e primi duemila in francia potevi trovare il miglior esempio di rap europeo, è pur vero che quelle metriche, quei flow, quelle sonorità erano quasi sempre come adagiate sullo stampo afroamericano, con quel tipo di campione, quel tipo di flow, quell'attitudine. Benchè le tematiche fossero già ampiamente autonome e in grado di narrare la specificità della realtà locale, lo stile veniva mutuato in maniera si magistrale, ma anche un po' speculare direttamente dagli Stati Uniti. Da un qualche anno a questa parte però le cose hanno iniziato a cambiare. Questo perchè, in primis, le cose nell'hip hop sono cambiate anche a livello globale.

Il rap si è scisso in numerosi sottogeneri che vanno dalla trap all'indie rap, dal boom bap al grime, aprendo quei confini stilistici un po' angusti in cui prima si era costretti se si praticava il genere. Quindi sì a melodie più aperte, sì a testi più complicati, ma anche a testi leggeri, sì a strumenti come l'autotune o la tastiera 808, sì a ritmi più rallentati, ad un'estetica più o meno colorata, a seconda della scelta dell'artista. Questo, nella immensa varietà delle banlieu, si è tradotto in una maggiore libertà espressiva che ha portato il rap locale ad arricchirsi di spezie, suoni, odori e sapori provenienti da zone molto diverse. In primis il Maghreb, che con artisti come Lacrim ha iniziato a impastare le basi con suoni di strumenti tipici di quelle latitudini e ad usare la vocalità, e lo stesso autotune, con uno stile inconfondibilmente arabeggiante. Uno stile che si è sparso rapidamente nel continente, con esempi in Germania e nella stessa Italia (si pensi a Maruego o Ghali). L'ultima wave però, la più fresca tra le contaminazioni transalpine, risponde al nome di Afrotrap, ed ha il suo capostipite indiscusso nella figura di MHD ( se non altro perchè è stato il primo ad usare il termine Afrotrap per descrivere la sua musica).

Questo genere nasce in realtà dall'incontro di due evoluzioni stilistiche che fin'ora hanno sempre viaggiato su binari paralleli, l'afrobeat ed il rap, o meglio, la trap. L'afrobeat arriva dall'Africa occidentale, dalle zone che vanno dalla Nigeria al Senegal passando per la Costa d'Avorio. Parte dalla tradizione musicale Yourba che, giunta in europa, tra gli anni sessanta ed i novanta si mischia con il jazz, il funk, il reggae e quasi tutto ciò che si trova davanti. La trap, in questo incontro magico, le fa da tappeto ritmico, accogliendone le sonorità specifiche e portandole nella realtà periferica attuale, con i suoi temi, i suoi linguaggi, i suoi punti di riferimento. L'Afrotrap si balla, anche se spesso i testi sono duri, dedicati a figure controverse. Probabilmente il primo tra i sottogeneri del rap transalpino ad essere del tutto smarcato dalla matrice americana, radici a parte, ha anche un'estetica diversa. Se dall'atra parte dell'oceano ad esempio l'hip hop è sempre stato associato sportivamente al basket, l'afrotrap è molto vicina al calcio come immaginario, tanto che molte canzoni portano nomi di calciatori, o di squadre. Ed il calcio stesso ricambia, con giocatori del calibro di Pogba che dichiarano di ascoltare quasi esclusivamente quel genere ed ispirano ad esso le loro esultanze. Dall'influenza estetica afroamericana quindi, ad un'estetica marcatamente afroeuropea, in grado di essere più schiettamente nera e culturalmente (nonchè geograficamente) vicina alle proprie radici. È il rap che incontra l'Africa, e lo fa in europa. Un'emancipazione inedita, ennesimo frutto di quel miscuglio apparentemente caotico e ribollente di contraddizioni che sono le banlieu.

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