Dj Dropsy, un veterano del djing italiano e un amico di vecchia data

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Parlare di Dj Dropsy non è facile e soprattutto non lo è racchiudere in poche righe il suo background e curriculum, è uno dei veterani del djing italiano presente sulla scena dagli albori. Attivo nella diffusione della cultura hip hop sin dal 1988, Dj Dropsy ha partecipato a jams e shows in tutta Italia ed Europa. Nel 1999 fonda il D.Y.M. project per promuovere la musica
dancehall e reggae e nel frattempo diventa uno dei piu’ apprezzati  dj di Milano come "resident" dello storico Soul To Soul, tempio dell’hip hop meneghino. Dal 2005 in poi, ha suonato al fianco di molti artisti internazionali fra cui Rev Run, Red Cafe, M.O.P., Ras Kass, Yaing Yang Twins, Dj Drama, Dj Cut Killer, Dj Onpoint e con i maggiori esponenti della scena hip hop italiana da Bassi Maestro a Vacca, Ensi, Club Dogo, Mondo Marcio, Guè Pequeno e Jake La Furia, per citarne alcuni. Nel 2013 e’ stato il dj ufficiale per il tour italiano di Sean Paul degli YOUNGBLOODZ e nello stesso anno è nato il progetto SOLO BOMBE: una serie di mixtapes in free download. E’ stato fra i primi graffiti writers italiani, ha fatto il suo primo pezzo a 14 anni con la tag Drop Ckc, è un nostro caro amico di vecchia data, ama il cibo africano piccante e odia chi gli chiede canzoni mentre suona nei club.

Tu sei uno dei veterani del rap italiano, com’è cambiato in questi anni?

“Oggettivamente c’è stata un’evoluzione, poi è soggettivo dire se in meglio o in peggio. Per quanto mi riguarda, direi in meglio perché c’è più visibilità per tutti, quando un prodotto diventa mainstream vuol dire che automaticamente c’è più spazio anche per gli artisti più underground che hanno maggiori possibilità di lavorare ed esibirsi. Per quanto riguarda il lato tecnico, invece, è cambiato tutto sia a livello di sonorità, che di produzioni. Nonostante io venga da un background più classico, non disdegno la musica nuova e non mi sento un nostalgico ancorato al passato, non ho nessun problema con il nuovo se viene fatto bene”.

C’è una canzone che non hai mai smesso di suonare nei tuoi dj set?

“Purtroppo alcune canzoni mi tocca suonarle sempre, ma sicuramente ‘Niggas in Paris’ di Kanye West e Jay Z la suono ancora”.

Ora stai lavorando con Jake La Furia che ha sposato sonorità reggaeton, è un genere che tu ascolti e suoni?

“Il reggaeton mi è sempre piaciuto e forse sono stato tra i primi a suonarlo a Milano nel 2004, adesso è diventato di portata mondiale, mentre all’inizio era molto più legato al rap perché è il rap fatto in lingua spagnola. Tutti gli artisti che hanno iniziato a fare reggaeton arrivano dal rap, come Tego Calderon, Daddy Yankee, che erano molto legati alla cultura rap e quello era il loro modo di interpretare questo genere musicale a Porto Rico. Ai tempi mi piaceva molto, adesso è diventato più commerciale, ma lo apprezzo ancora perché comunque mi piace la cultura latina, però è cambiato tento rispetto a 15 anni fa”.

Quali brani ci sono oggi nella tua playlist su Spotify?

“E’ bel domandone, perché come ti stavo dicendo mi piace molto il reggaeton, quindi ascolto tanta musica latina e nell’ultimo anno con l’esplosione della trap latina, l’artista che ho ascoltato di più è stato Bad Bunny”.

C’è una serata o un evento che ricordi in modo particolare?

“Forse una delle prime date che ho fatto con Guè Pequeno, era maggio del 2015 al Coca Cola Summer Festival a Roma. E’ stata una bella esperienza, sia per la quantità di gente che c’era in piazza, sia perché c’erano artisti di diversi generi musicali, non solo rap, ed è stato uno scambio culturale più ampio. Ricordo con piacere anche i primi compleanni di Hip Hop Tv al Forum, era stracolmo e l’impatto è sempre stato forte, nonostante la performance durasse solo pochi minuti. Queste esperienze sono quelle che fanno la differenza rispetto a un club classico, perché sono quelle che rimangono più impresse nella mente come ricordi”.

La tua dimensione ideale è in una situazione da live o da club?

“Ho sempre preferito il club, però quando si poteva fare alla vecchia maniera, ovvero quando il dj impostava la musica e dava il trand in certe situazioni. Mi riferisco a 15 anni fa, se non di più, quando non c’era internet e la gente per sentire dei pezzi nuovi, soprattutto americani, veniva nei club, c’erano ancora i vinili o i primi cd, non tutti li avevano e il dj imponeva la musica. Il ruolo del dj era quello di scegliere le canzoni che più amava, suonarli e farli conoscere al pubblico che, serata dopo serata, imparava ad amarli. Adesso il pubblico ha già la sua playlist e vengono a chiedere di suonare i pezzi che vogliono sentire, ci sono troppi condizionamenti, tanto che spesso sono i proprietari stessi dei locali che vengono a dirmi cosa suonare e cosa no. Se devo fare un confronto con il passato, oggi il club non è una delle mie situazioni preferite e mi trovo meglio nei festival dove ho più libertà di suonare la musica che preferisco. L’altro giorno ho suonato a un festival in Brianza, a Merate, l’Holy Trip, dove ho messo canzoni che non avrei mai potuto suonare in un club”.

Com’è stato il passaggio dai vinili alle nuove tecnologie?

“Il passaggio al cd jay all’inizio mi era piaciuto, perché mi permetteva di non dover portare 300kg di materiale ogni volta che suonavo, i vinili pesano molto e girare con due o tre valigie era pesante. Alla lunga devo dire che preferivo i vinili perché poi la situazione è andata deteriorandosi, c’è stato un decadimento musicale in tutti i sensi, anche a livello di vendite, la gente cracka tutto su internet e si è persa la qualità della musica, quindi vorrei che si tornasse indietro a quando o compravi un disco o non potevi ascoltarlo, adesso tutti hanno tutto”.

Cosa significa per te Stay Brave?

“Non mollare mai, quando hai un sogno devi andare sempre avanti e non farti fermare da niente. Sogno a parte, è proprio la vita ad essere così, devi sbatterti 24 ore al giorno perché non ti regala niente nessuno ed è giusto che sia così, direi anche Stay Hungry, perché con la fame si va avanti ancora di più”.

Dj Dropsy Dolly Noire

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