Stop e la cultura dei graffiti

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I graffiti per Stop non sono solo una forma d’arte e di espressione, ma una vera e propria cultura, che viene maturata piano piano nel corso degli anni e attraverso diverse esperienze personali e professionali. Molti li vedono ancora come uno “sporcare” i muri, o un atto di vandalismo, ma sono tutt’altro che questo. Purtroppo in Italia c’è ancora poca conoscenza al riguardo, come Stop stesso ci racconta durante una recente chiacchierata, andrebbe fatto sicuramente un lavoro maggiore nello spiegare, comunicare e far conoscere alle persone questa grande e affascinante cultura. Stop, come molti artisti, si è approcciato ai graffiti durante le scuole medie, all’età di 11 anni circa, usciva da scuola e con i suoi compagni andava a dipingere i muri di San Giuliano Milanese, il paese dov’è cresciuto. Sono cambiate molte cose da quegli anni, Stop ora ha 32 anni, ha studiato grafica e lavora come grafico, una cosa però non è cambiata: la sua passione per i graffiti. Fa tutt’ora parte di una crew, l’Me, la stessa di Ricro e insieme ai suoi amici porta avanti, attraverso eventi e jam, la loro arte, con lo scopo di far avvicinare più persone possibili ad essa. E’ un percorso, quello di Stop e di tanti suoi colleghi che nasce e matura nell’ambiente underground, iniziando ad approcciarsi anche alla musica, soprattutto rap e che piano piano li catapulta direttamente nell’hip hop, di cui il rap e i graffiti sono due discipline fondamentali attraverso le quali gli artisti trovano la loro massima espressione. Per entrare in questo mondo e capire queste sub culture, bisogna anche capirne il linguaggio, spesso loro vengono definiti Street Artists e di conseguenza la loro arte Street Art, ma a Stop questi termini non piacciono molto, preferisce la parola grafico, perché c'è una tecnica dietro e una grafica può essere anche un’ottima espressione artistica.

Come nascono le crew di graffiti?

“Il percorso è molto articolato, è una disciplina che nel corso del tempo mi ha fatto conoscere e incontrare tantissime persone e diverse realtà. I primi dieci anni sono stati caratterizzati da un continuo tentativo con gruppi e persone differenti, poi in un secondo momento ci siamo inseriti in percorsi più maturi. Quando ti accorgi che hai accanto a te delle persone che hanno maturato gli stessi tuoi interessi, cerchi di legare i rapporti e costruire delle situazioni un po’ più articolate: mi riferisco alle jam, alle feste sul territorio e alle esposizioni”.

Hai partecipato a tanti eventi di questo tipo?

“All’inizio sì perché, dipingendo, è un percorso un po’ obbligato quello di andare a cercare tutte le feste dove ti danno la possibilità di esprimerti, quindi frequenti le jam hip hop sostanzialmente. Poi, guardando il territorio dove abito, ho notato che c’era una mancanza di questo tipo di eventi e ho iniziato a propormi insieme ad altri ragazzi per sopperire proprio a questa mancanza e da lì è partito tutto il percorso delle jam sul territorio, delle qualifiche e di tutti gli altri interventi di questo tipo”.

C’erano delle faide tra crew diverse?

“Sì, ci sono sempre state e ci sono tutt’ora, ma dipende tutto dal livello in cui se ne parla, è un discorso di maturità, secondo me l’importante è tenerla sempre come una competizione positiva che alzi il livello di entrambi i contendenti”.

Ti è mai capitato che qualche passante ti fermasse dicendoti che stavi facendo qualcosa di illegale, come sporcare i muri?

“Sìsì molte volte, è successo anche quando stavo facendo un lavoro assolutamente legale. Credo sia una questione di percezione di come vengono accolti i graffiti, chiaramente oggi la percentuale è molto inferiore rispetto a chi invece ti fa un complimento, al di là della legalità o meno di quello che stai facendo”.

 

Ad oggi, a meno che non ti venga commissionato uno spazio dal proprietario, i graffiti restano illegali?

“Sì anche perché è un discorso che non viene affrontato nella maniera giusta come presentazione all’opinione pubblica da parte dei media. Diciamo che i graffiti e l’espressione personale fanno parte di un percorso culturale e storico dell’arte contemporanea molto lungo e il fatto che sia passato e passi attraverso l’illegalità è un fatto storico che non è stato affrontato nel modo giusto. Il problema sicuramente potrebbe essere ovviato investendo di più in percorsi legali e di valorizzazione di quello che è il fine ultimo, ovvero le capacità personali che poi arrivano a esprimersi con un buon layout e di impaginazione grafica che molte persone che hanno lavorato per anni nell’illegalità hanno maturato. Nel dibattito sul problema queste cose rimangono sempre marginali anche se non lo sono”.

Come definiresti la tua arte?

“Grafica e possibilità di esprimere un’idea, un sentimento con una forma appropriata”.

Hai da poco dipinto la cler del negozio di Dolly Noire, da quanto tempo collabori con i brand?

“C’è stato un avvicinamento anni fa riguardo a una loro operazione con i cappellini. Tramite un passaparola di ragazzi che già lavoravano con il brand, ho appreso la possibilità di poter customizzare i loro snapback e la nostra collaborazione e conoscenza è partita da lì. Poi, lavorando nell’ambito dei cag a livello territoriale, abbiamo chiesto aiuto a Dolly Noire per sponsorizzare alcune jam e abbiamo organizzato insieme un’esposizione artistica a Milano e San Giuliano, dove abbiamo realizzato anche una riqualifica molto grande”.

Per quanto riguarda la cler, l’hai dipinta di giorno o di notte?

“Di notte, ci ho messo all’incirca una nottata. Per la scelta disegno, invece, i ragazzi mi hanno proposto una serie di layout che fanno parte della collezione Spazio Tempo e ho optato per quello più simile ai lavori a cui sono solito approcciarmi, si tratta di una grafica realizzata da Antonio Bravo, un grafico che collabora con Dolly Noire.”

La tua dimensione ideale è al computer o con la bomboletta? E per quanto riguarda l’utilizzo dei colori, da cosa trai ispirazione?

“Con la bomboletta assolutamente. L’utilizzo dei colori è molto importante, ma lo è altrettanto saper usare una palette e saperli mischiare con coscienza. Purtroppo io mi sono sempre dovuto arrangiare a lavorare e credo che questo da un certo punto di vista sia stato una buona scuola. Dipingere spesso con avanzi di colore fatti da commissioni varie o magari da altre murate o graffiti mi ha messo nella condizione di usare quello che avevo a disposizione, che secondo me è la cosa più difficile, ma è sicuramente un ottimo esercizio, mentre quello che mi ispira maggiormente è sicuramente il momento e la disponibilità di vernici”.

Mi dicevi che il weekend scorso hai fatto una mostra, di cosa si trattava?

“Abbiamo portato il Festival della poesia di strada a Cartoomics. Si tratta dell’ultima delle jam che abbiamo organizzato sul territorio, un evento improntato sulla Street Art e sulla Poesia di strada, che ha visto la collaborazione di artisti sia di Milano che di altre parti d’Italia. Ci è stata data la possibilità di portare un pezzo di questa mostra alla Fiera del Fumetto ed è stata un’opportunità molto importante perché i graffiti vengono da persone che erano appassionate di fumetti e per noi è stato anche un modo per restituire parte della nostra esperienza, anche personale, in un evento così grande dedicato appunto ai fumetti e ai cartoni animati. Eravamo sicuramente i più scarsi, abbiamo ancora molto da imparare, ma è stato molto interessante poterci confrontare con persone che hanno approcci diversi, abbiamo visto molta computer grafica che sicuramente ci appassiona, ci stimola e ci farà lavorare tanto in futuro”.

Cosa significa per te Stay Brave?

“Impegnarsi con orgoglio, con passione e con tutta una serie di termini aggressivi ma vissuti in maniera positiva per realizzare il tuo sogno”.

Art Dlynr Dolly Noire graffiti Street Art

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