Dal Muretto di Milano alle competizioni di breakdance più prestigiose del mondo: Bandits Crew

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C’era una volta il Muretto. Era uno spazio a metà di Corso Vittorio Emanuele, in fondo c’era la storica scala del Burghy prima e del Mc Donald dopo. Oggi non esiste più, quello spazio è stato acquistato da Gap e la scala del Mc è quella che all’interno del negozio americano porta al piano superiore. A metà degli anni ’90 Milano si divideva in due: da una parte c’erano i sancarlini, i ragazzi della Milano bene, che frequentavano scuole private e vestivano solo firmato, dall’altra gli zarri. Lì c’erano dei ragazzi in cerchio, c’era musica hip hop che suonava da un grande stereo portatile, uno o due di loro al centro che ballavano, altri che improvvisavano rime. Io mi fermavo a guardarli ammirata e affascinata, non sapevo che lì in mezzo ci sarebbero stati quelli che poi sono diventati Marracash, Guè Pequeno, Dargen e via dicendo. Non sapevo che i ragazzi che ballavano sarebbero diventati i Bandits. Erano solo ragazzi della mia stessa età che facevano qualcosa che mi affascinava. Raggiungo Froz, membro della storica crew di breakdance Bandits, al telefono e ci perdiamo nei ricordi di quegli anni.

“La crew nasce nel 2001 al Muretto di Milano, un luogo storico per tutto l’hip hop milanese, da un’idea del suo fondatore Luca Corbetta in arte Mad Lucas.
Con perseveranza e sacrificio abbiamo fatto della nostra passione la nostra professione, l’attuale formazione è composta da: Mad Lucas, Esom Rock, Froz, Alex Kidd, Japo, Base, Philgood e Pesto. Dal 2001 ad oggi abbiamo fatto tanta strada attraverso la vittoria dei più importanti campionati dedicati a questa disciplina come il Red Bull BC One, Freestyle Session, BBoy Event, Floor Wars ed altri ancora”.

Com’è cambiata la breakdance da quando avete iniziato ad oggi?

“Radicalmente perché ha subito cambiamenti anche nel modo di ballare, di esibirsi, di vestire. Oggi si propone in maniera più spettacolare, acrobatica, con tricks più evoluti ed è richiesta dai più importanti brand attualmente in commercio”.

Al Muretto si viveva di più la cultura hip hop rispetto ad oggi?

“E’ una domanda un po’ difficile, perché qualsiasi cosa tu faccia durante la giornata vivi la cultura alla quale appartieni. E’ chiaro che se pratichi una disciplina la vivi di più, se non la pratichi la vivi solo mentalmente e non in maniera attiva. Secondo me la viviamo allo stesso modo, ma in maniera diversa, continuiamo tutti a fare breaking ma a livello professionale, invece prima era solo una grande passione per questa danza, senza grandi garanzie di futuro, la facevamo perché ci piaceva e perché ci divertiva, invece oggi la facciamo sempre per gli stessi motivi, ma abbiamo trasformato la nostra passione nel nostro lavoro/vita”.

Pensando alle discipline dell’hip hop, il breaking è rimasto indietro rispetto al rap?

“No, perché il rap è esploso ma ha cambiato genere, quello che ascoltiamo oggi non è rap, è trap, con un altro tipo di strumenti e un altro modo di cantare, non è più quel rap che ascoltavamo quando abbiamo iniziato a ballare. Il breaking, invece, è rimasto lo stesso, ha mantenuto la sua forma ed è cresciuto in modo esponenziale grazie a film come ‘Step Up’, grazie a Red Bull che ha creato il Bc One. Pensando alle altre discipline, se vuoi lavorare con i graffiti devi studiare grafica, se vuoi lavorare come dj e produrre basi è difficile perché devi iniziare facendo la selecta in discoteca, quindi sono rimaste tutte indietro rispetto al breaking che ha mantenuto la propria forma senza distorcere quello che era il ballo di una volta, solo che ora è molto più richiesto”.

Tu hai vinto diverse volte il Red Bull Bc One e quest’anno eri in giuria, com’è stare dall’altra parte?

“Io ho gareggiato per quattro anni, 2011, 2012, 2013 e 2014, dei quali due li ho vinti, nel 2012 ho vinto l’italiano a Firenze e l’anno dopo a Modena e ho gareggiato all’europeo che si è tenuto a Napoli e l’ho pure vinto, tra l’altro sono l’unico italiano che è salito sul palco del mondiale. Giudicare è un’altra sensazione, è una cosa che ho voluto fortemente, non voglio più gareggiare anche perché adesso i concorrenti hanno tutti 10 anni meno di me e diventa difficile tenere il passo. Quando è stato il momento ho dimostrato di essere un bravo ballerino, ora sono un giudice competente e professionale. Vedere gli altri breaker che lottano per lo stesso titolo per il quale ho lottato e che ho conquistato è veramente bello”.

Quante ore al giorno vi allenate?

“Noi balliamo tutti i giorni e ne dedichiamo tre all’allenamento individuale, invece prima quando andavamo al Muretto ci allenavamo 7 giorni su 7, lo facevamo per noi stessi e avevamo più tempo per divertirci senza dover raggiungere dei target lavorativi. Abbiamo avuto l’approccio della strada, perché all’epoca non c’erano scuole di danza con specchi e parquet, oggi i ragazzi che iniziano a ballare lo fanno in condizioni paradisiache rispetto alle nostre, hanno musica, sala, maestri, gare, la scena è già sviluppata, la strada è già stata asfaltata e le persone la devono percorrere e noi siamo quelli che l’hanno spianata”.

Cosa significa per te Stay Brave?

“È un motto che rispecchia il nostro stile di vita perché ci vuole coraggio a partire da zero e continuare a fare quello che fai. La breakdance non è mai stata una garanzia per nessuno, noi invece ci siamo creati una nostra scena, così come Dolly Noire ha creato il suo impero”.

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